L’illusionismo è da secoli una forma d’arte che affascina e stupisce, ma la sua vera magia non risiede in poteri soprannaturali. Al contrario, essa si basa su una profonda, e spesso intuitiva, conoscenza della psicologia e dei meccanismi del cervello umano.
Questo campo di studio, al confine tra neuroscienze, scienze cognitive e l’arte del prestigiatore, è stato definito “neuromagia”. Essa rivela come i trucchi più semplici siano in realtà un abilissimo “hackeraggio” della mente.
I maghi sono maestri nell’orientare e manipolare l’attenzione, la percezione e la memoria del pubblico, sfruttando le naturali “scorciatoie” che il nostro cervello utilizza per elaborare il mondo. È proprio il nostro cervello, non il prestigiatore, a compiere l’inganno finale.
Per comprendere come l’illusionista riesca a stupirci, è fondamentale conoscere i bias cognitivi. Questi non sono difetti, ma piuttosto delle tendenze sistematiche (o scorciatoie) nel modo in cui pensiamo, che ci permettono di prendere decisioni rapide ed efficienti.
Il nostro cervello è costantemente bombardato da un’enorme quantità di informazioni sensoriali. Per non andare in crash, esso deve filtrare e semplificare la realtà attraverso questi meccanismi.
Il problema sorge quando queste scorciatoie, pur essendo generalmente utili, ci conducono a errori sistematici di valutazione o percezione, che sono il pane quotidiano per un illusionista.
I bias cognitivi sono in sostanza euristiche inefficaci, o pregiudizi astratti, che non si basano su un’analisi logica e critica dei dati di realtà, bensì su concetti e credenze preesistenti.
Uno dei pilastri dell’illusionismo è la gestione dell’attenzione. Il prestigiatore non solo deve nascondere il trucco, ma deve anche fare in modo che lo spettatore non sospetti che ci sia qualcosa da nascondere.
Questo viene ottenuto sfruttando il fatto che la nostra attenzione è una risorsa limitata. Se siamo concentrati intensamente su un punto, tendiamo a ignorare ciò che avviene altrove.
Il prestigiatore è un maestro nell’allocare la nostra attenzione in modo gerarchico, rendendo alcuni stimoli più importanti di altri e scartando, o rendendo “invisibili”, le informazioni non cruciali.
L’altro elemento fondamentale è l’inganno della memoria. Spesso, quello che lo spettatore ricorda di aver visto non è affatto ciò che è successo realmente. La magia, per molti aspetti, accade nella testa dello spettatore dopo che il trucco è stato eseguito.
Uno dei bias più sfruttati in questo senso è il bias della memoria distorta (o ricostruttiva): essendo la nostra memoria un processo attivo e ricostruttivo, quando il trucco è finito il cervello cerca di dare un senso a ciò che ha visto e lo fa “riempiendo i vuoti” con la spiegazione più semplice e logica (spesso suggerita dal prestigiatore).
Ad esempio, se un oggetto scompare, lo spettatore ricorderà l’oggetto come se fosse scomparso istantaneamente, anche se in realtà c’è stato un attimo di distrazione o un rapido scambio che la sua memoria ha scartato.
Ci sono altri bias che giocano un ruolo cruciale, soprattutto nel mentalismo o nelle grandi illusioni:
Infine, l’effetto Dunning-Kruger, sebbene non sia un bias nel senso stretto in questo contesto, può contribuire: la nostra eccessiva fiducia nelle nostre capacità osservative ci rende meno critici e attenti di quanto dovremmo essere. Siamo convinti di essere troppo furbi per essere ingannati, il che paradossalmente ci rende un bersaglio più facile.
L’altro elemento fondamentale è l’inganno della memoria. Spesso, quello che lo spettatore ricorda di aver visto non è affatto ciò che è successo realmente. La magia, per molti aspetti, accade nella testa dello spettatore dopo che il trucco è stato eseguito.
Uno dei bias più sfruttati in questo senso è il bias della memoria distorta (o ricostruttiva): essendo la nostra memoria un processo attivo e ricostruttivo, quando il trucco è finito il cervello cerca di dare un senso a ciò che ha visto e lo fa “riempiendo i vuoti” con la spiegazione più semplice e logica (spesso suggerita dal prestigiatore).
Ad esempio, se un oggetto scompare, lo spettatore ricorderà l’oggetto come se fosse scomparso istantaneamente, anche se in realtà c’è stato un attimo di distrazione o un rapido scambio che la sua memoria ha scartato.